Marcello Malizia
- Pensieri -

Il senso di una vita
Ci sono momenti nel corso della giornata che sono segnati da un ricordo ricorrente ed intenso che non ti permette di fare altro.
Oggi è uno di questi ed il ricordo che non ti dà pace è una vecchia foto che ripropone una veduta antica del mio Paese. Che ho salvato e che adesso conto di ritrovare fra le tante che ho immagazzinato nel pc.
È una parola trovarla, ma ci proverò. Ed infatti, dopo un poco di tempo impiegato, sono riuscito a scovarla fra le tantissime del mio Paese. È quella che più non mi dà pace e che ogni tanto ricordo con più amore, e questo non so spiegarmelo. Forse perché quello che non suscita simpatie entra nelle nostre e tanto basta per farcele amare. È come un poco quando si sceglie, fra i tanti figli, quello più bisognevole.
Ecco, ci sono tante cose che abbiamo affidato alla nostra memoria con la speranza che ogni tanto riaffiorino e ci diano il senso di una vita. Vita che abbiamo trascorso non dico benissimo, ma quasi. Nel senso che se io la paragono a quella di molti altri della mia età e con i quali ho trascorso la parte più bella di ognuno, vale a dire la fanciullezza e poi l'ingannatrice adolescenza: età nella quale cominciano a materializzarsi tutti i nostri desideri, sempre rapportati al momento storico nel quale ci è toccato di vivere, volenti o nolenti, devo dire che, viste le condizioni dalle quali sono partito, mi è andata bene.
Non siamo stati noi a scegliere. Se c'è una cosa della quale non siamo responsabili é questo: essere venuti al mondo non per nostra volontà. Questa è stata la scelta dei genitori. Ma per tutte le altre cose che abbiamo fatto o che abbiamo lasciato a metà, perché andavano al di là delle nostre possibilità, i responsabili siamo noi e nessun altro.
Ritornando al punto da dove ero partito, la Luzzi di quegli anni mi appare vestita soltanto di miseria. Le case, povere, mostrano i segni dell'incuria e altrettanto le stanze all'interno di ogni casa: era tanto se c'era un mobilio essenziale che desse spazio al pentolame e a tutti quegli altri attrezzi che servivano durante una giornata. Le vie, le strade, quelle che si potevano chiamare così, scalcinate e dissestate: ciottoli fuori dalle loro sedi naturali che facevano inciampare la persona distratta. Immondizia poca e quella poca si ammonticchiava agli angoli delle vie, fino a quando qualche spazzino spazientito la toglieva.
Ricordo che quando ero piccolo avevamo a che fare con gli animali domestici, come le galline e qualche tacchino, ma soprattutto con gli asinelli e i muli che erano adibiti per il recapito dei generi più diversi ai pochissimi negozi di vario genere, che non erano poi tanto diffusi. Si potevano contare sulle dita di una mano. Rammento che c'era un negozio per ogni tre o quattro rioni. Il che dava la dimensione di quanto ridotta fosse l'economia di quei tempi. E una o due cantine con i tavoli e le panche dove si sedevano gli avventori, numerosi la sera, e dove era possibile scambiare qualche opinione.
Le persone di media cultura amavano passeggiare nella piazza o intrattenersi nelle due farmacie che servivano, per modo di dire, una popolazione di qualche migliaio di abitanti. E penso agli altri paesi, sempre più piccoli, che gravitavano sul territorio del mio paese. Ne viene fuori un quadro di povertà e miseria diffusissime. Ma aveva il vantaggio, la mia Luzzi, di avere un plesso delle scuole elementari che ospitava una Direzione scolastica provinciale che sovrintendeva ad altre comunità. E poi dal 1927 una sezione staccata delle Scuole Medie da quella di via Rivocati a Cosenza. C'era un movimento culturale di un qualche rilievo.
Se penso alla mia Luzzi degli anni '40 e '50, penso ad un paese, anche per la guerra che combattemmo, povero e le cui attività erano tutte incentrate sull'artigianato, apprezzato anche fuori dai confini territoriali.
Paragonare quella Luzzi, di cui or ora ho parlato, con quella di oggi è fuori di luogo. Intanto la popolazione era stata ridotta dal fenomeno sempre più diffuso nel nostro Mezzogiorno dell'emigrazione, che dissanguò i paesi e li ridusse all'osso. Ma fu in grado, l'emigrazione, di sostenere con le rimesse dalle Americhe, del Sud e del Nord, la vita quotidiana.
E così si andò avanti, stentando la vita, fino a quando con le gallerie del quarto Salto su Mucone il denaro non riprese a circolare e con il denaro anche un certo stato di benessere, che aiutò a riammodernare l'abitato del paese, la casa è stato un chiodo fisso delle popolazioni meridionali, e con esso un certo slancio nelle varie attività artigianali.
Fervevano le opere e con i proventi che si realizzavano anche l'edilizia s'incaricò di gettare le basi della Luzzi moderna.
Ma quella Luzzi povera, che si mostra senza veli dalle vecchie fotografie, nella quale passai la mia fanciullezza e parte della mia adolescenza, è rimasta nel cuore.
Ad essa sono debitore per tutto ciò che ho appreso in quell'età, quando era veramente difficile che ci si rivoltasse contro i più grandi di noi. Fossero parenti amici o conoscenti. A tutti erano dovuti un buongiorno una buona sera un saluto.
La morte non esiste
Di recente ho letto, non so su quale sito, queste parole, che mi hanno colpito e che non riesco più a togliermi dalla testa. Di una semplicità estrema e, per questo forse, forti fino a farti male. Non che non ci fossi arrivato, e chissà da quanto tempo, ma averle trovate scritte e pubblicate mi hanno invogliato a riprendere, meglio a prendere in esame la verità gridata. Le parole sono queste: "La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata" Isabel Allende. È vero: non c'è bisogno di sottoscriverle e gridarle forte. Ad ognuno di noi è capitato in un momento particolare della sua giornata, allorché ti senti solo e ripensi a tutto quello che hai fatto durante la vita, di interrogarti sul senso da dare a quello che hai agito nel bene o nel male. E tirando le somme ti sorprendi a pensare, per dirla in breve, che per quello che hai operato non c'è stato un dovuto corrispettivo che ti ricompensasse dell'impegno profuso oltre ogni dire e che in qualche modo fosse stato riconosciuto. In poche parole hai sempre qualche attivo da reclamare. Soprattutto quando pensi che ti sei sbattuto senza sosta a rendere facile la vita di quelli con i quali hai avuto a che fare, pagando a volte di persona. E che non hai mai cambiato modo di comportarti, ritenendo giustamente che investire nel buon nome fosse la più grande ricompensa che ti potesse capitare e della quale non sai chi ringraziare, se non il tuo impegno dal quale non hai mai derogato e che hai servito, offrendolo in dono, alle persone con le quali sei venuto in contatto. Non mi pento in nessun modo di come ho inteso operare in tutta la mia vita: dedizione assoluta nella vita professionale, altrettanto nella vita di relazione: vita familiare e vita sociale. E allora ti viene spontanea la domanda: chi si ricorderà di te, quando, come è naturale, non ci sarai più? A parte i familiari, gli amici. E le altre persone con cui hai avuto a che fare nel corso della tua vita. Ritengo che si vive prima di ogni altra cosa in armonia con il modello di vita che si sceglie e che non ti viene imposto e poi, per dirla con Aristotele, intessendo quelle relazioni sociali che ti fanno essere parte di un tutt' uno che è la società nella quale ti vieni a trovare o che eventualmente scegli. Infatti non sarà possibile chiamare vita quella solitaria e priva di significato. Non siamo monadi, autosufficienti in tutti i sensi, perciò fa uopo scegliersi innanzitutto quelle persone con le quali vivi e operi per il bene tuo e della comunità nella quale sei inserito e nella quale, per la costanza che ci hai messo, conti o hai contato qualcosa. Ecco forse sta in questo la chiave di lettura di quella frase che ho citato testé, vale a dire la conservazione del ricordo della tua persona, soprattutto se hai operato bene e che è anche un riconoscimento di quello che hai fatto soprattutto nel bene. Mi verrebbe da citare quei bellissimi versi dei Sepolcri: Sol chi non lascia eredità d'affetti/poca gioia ha dall'urna ... / Oppure ancora quegli altri bellissimi di Solone nei quali dice di volere: una tomba cosparsa delle lacrime dei parenti. A questo punto è facile dire che non si muore, se ancora ancora contiamo qualcosa nella memoria delle persone con le quali abbiamo vissuto e la tomba, sulla quale i familiari scriveranno data di nascita e di morte, varrà a suscitare un ricordo al passeggero, che si troverà a passare davanti al sepolcro, semplice ed austero, che raccoglierà il tuo corpo, conservato e sottratto alle intemperie del tempo, alle quali si andrà incontro. Non mi ricordo chi abbia detto queste parole, ovvero che le tombe non servono ai morti ma ai vivi. È così. Ma oggi, per tante esperienze di vita vissuta, dubito. Non amiamo aduggiarci per un simbolo che altre volte è stato punto di riferimento per quelli che hanno inteso onorare il nome illustre o meno di chi li ha preceduti. Riservandogli un luogo particolare. Il tempio di Santa Croce dovrebbe dirci qualcosa.
Sic transit gloria mundi
Quando si vince tutti sul carro del vincitore finanche l'avversario più tenace. Soprattutto quello che non si arrende di fronte all'evidenza. È stato così è così sarà così. Non è un cattiva abitudine dell'uomo, è semmai una predisposizione che hanno gli uomini a farsi in quattro, si diceva una volta, pur di mostrarsi. Chi gli assicura tanta visibilità se non chi al momento viene osannato da tutti? E da tutti onorato? Salvo poi a dimenticarsene se la corona della vittoria non luccica più sul suo capo. È così. E perché mai non deve essere così? Volubile ed incostante è la gloria degli umani, vola capricciosa sul capo delle persone e non sai se dura un istante un minuto o per sempre. Mi ricordo, quando se ne dà il caso, la bella espressione con la quale si congeda il feretro della persona morta ad esequie avvenute: Sic transit gloria mundi. Pochissime parole, ma che assommano tutta la saggezza umana, accumulatasi negli anni. Come per ricordare ai partecipanti al rito funebre che siamo un niente rispetto a tutto ciò che invece è destinato ad essere eterno, se eterno possiamo considerare tutto ciò che riguarda gli uomini. La vittoria degli uomini è simile al volo di una mosca. Dice in una sua lirica, Pindaro poeta dei vincitori di Olimpia. Ed è incontrovertibile quello che afferma. Semmai è un invito all'uomo, che, vittorioso, si cinge il capo con la corona di alloro a non presumere di andare oltre alla condizione umana, caduca e passeggera. E così è sempre stato se diamo uno sguardo alla storia dell'Umanità. Siamo, è inutile ricordarlo, un "flatus venti". Siamo già stati, appena ci affacciamo sul mondo. La migliore condizione sarebbe quella di non essere, ma questo non è nelle nostre possibilità. Perché dipendiamo dal desiderio, tutto umano, di due persone di abbandonarsi al piacere. E così siamo. In cambio quanta sofferenza aspetta il concepito, quanto dolore pervaderà la sua esistenza. E in questo doloroso essere a volte capita di toccare il cielo con un dito perché abbiamo superato il nostro avversario in una prova alla quale ci siamo sottoposti per conquistare la corona della vittoria. E sia. Ma quanti accorrono osannanti dietro al carro del vincitore e non si accorgono di essere un di più. Si mostrano e pensano di partecipare al trionfo che gli assicura un'apparizione, che per essere tale, è essa stessa evanescente ed impalpabile. Pensiamo di essere e così ci assicuriamo, presuntuosi, una fama immeritata. Fine a se stessa. La vittoria del nostro eroe invece deve essere uno sprone uno stimolo a fare della nostra esistenza un esempio per gli altri. Ma in questo mondo, dove esiste tutto ciò che appare, non c'è spazio per nessuno. Esclusi i pochi che osano. La vittoria, la fama sono tutte del vincitore. Nuova divinità in terra. Dinnanzi alla quale ci prostriamo, tessendo elogi sperticati che sfiorano e sforano il ridicolo. Lasciamogliele godere in santa pace e non sporchiamole con un atto di servilismo inconcepibile in una società seria.
Tutto improntato al consumismo
A volte alcuni "reel" , che hanno per protagonisti bambini, se non addirittura neonati, sono illuminanti circa le mode in voga al momento nelle varie società. E sono la spia di un malessere, come per esempio la vita familiare disintegrata, che di familiare sfrutta soltanto il termine e che ha ormai contagiato tutti. La vita familiare per come era una volta è completamente esplosa. Ogni componente fa e agisce come gli pare e piace. In questo aiutato dall' indifferenza di mamma e papà che hanno altro per la testa che interessarsi di quello che fanno o combinano i propri figliuoli. Al punto che è ormai recepito come un comportamento normale che ci si veda in famiglia soltanto per caso. E le pochissime volte che succede si sta come cani e gatti pronti ad azzannarsi ed ad attaccare briga per ogni cosa. Papà e mamma hanno altro che pensare e così: hanno da gestire la loro vita sociale che non accetta nessuna limitazione da parte dei figli o della moglie da parte del marito (oggi più propensi a chiamarlo compagno/a) e viceversa. La quale, anche lei, è disponibile a passare le ore del post laborem in palestra dal pedicure dal parrucchiere e chi più ne ha più ne metta. Pur di non stare a casa. In una parola ognuno per conto suo e Dio per tutti. E allora come volete che si comportino i figli in tale assenza di norme comuni che si stabiliscono in una società che tale si voglia definire? E mi pare che la famiglia sia il primo nucleo sul quale si fonda lo Stato. Al punto che viene celebrata, in ogni Costituzione, come la prima cellula intorno alla quale si aggregano altre cellule fino a formare una Nazione che si riconosce nella lingua nelle tradizioni comuni ecc. ecc. ecc. Stiamo attraversando un periodo alquanto turbolento e disordinato. E questo è vero. Ma di qui a pensare che tutto si aggiusterà ce ne corre. Quando ad un fiume si cambia il suo corso naturale per un altro più comodo e facile è difficile poi riportarlo nel suo alveo primitivo. Le grandissime multinazionali, che detengono ingenti masse di denaro, condizionano le scelte dei governi nazionali e con esse il modo di vivere. Tutto improntato al consumismo. La somma di quello che una famiglia, composta da papà mamma e due figli, quando va bene, guadagna deve essere spesa, sicché appare verosimile che quello che si guadagna, come stipendio e salario a fine mese, deve ritornare nelle fauci sempre aperte della finanza che ormai si è intrufolata in ogni aspetto delle attività produttive e finanziarie della società. Come volete che si comporti una famiglia che è necessitata di stare sempre al passo con l'evoluzione delle mode che si inseguono alla velocità della luce? E poi questo accettare acriticamente il concetto della globalizzazione fa da giustificazione ad ogni decisione che vede la forza-lavoro seriamente insidiata da una massa amorfa di lavoratori, pronta ad accettare qualsiasi cosa pur di trovare un lavoro o di non perdere il proprio. La rappresentatività sindacale, costata nei due secoli precedenti lotte e sangue sta diventando un'espressione poco praticata e poco garantita dalle leggi dello Stato. Ed in questo dissesto provocato, sempre dalla finanza internazionale, che persegue soltanto interessi privati, la famiglia è il primo tassello che ne risente di più. La precarietà del lavoro fa la sua parte preponderante: ognuno tira l'acqua al proprio mulino e chi non sa fare è destinato all'emarginazione. La famiglia, primo nucleo della società, ne risente e come ne risente. La "patria auctoritas" è andata a farsi benedire con il consenso di tutti. Mi ritorna in mente un vecchio adagio, non so quanto pertinente con la situazione di oggi, che dice: "quando il gatto non c'è i topi ballano" e come ballano. Fra le risa generali.
Per colpa di chi?
Hai voglia di dire: basta, da questo momento non me n'interesso. Il motivo è semplice: non voglio apparire ripetitivo fino alla noia, se già non lo sono. Voglio mettere la parola fine a questo piagnisteo con il quale intristisco chi mi segue e mi concede il massimo della disponibilità. Grazie. Per quale motivo qualcuno potrebbe dire? perché da qualunque parte ti giri, sia che tu esca per qualche commissione da sbrigare o perché hai stabilito che ogni tanto camminare fa bene, ti accade di vedere persone con la testa china su un cellulare oppure di vedere gente che gesticola con il telefonino, quasi appoggiato alla bocca, imitando chissà che cosa, oppure che risponde con fare cerimonioso e guardingo, come per assicurarsi che gli altri non sentano quello che si vanno dicendo di importante: il passeggero solitario e l'interlocutore, che dall'altro capo del telefonino ha chiamato, mettendo sollecitudine. E, assistendo a questo modo di comportarsi non voluto, mi domando chissà che cosa hanno da dirsi di importante. Può darsi che la chiamata si faccia per qualche cosa di serio e allora nulla vieta di rispondere, ma quello che infastidisce è essere certi per molti segnali che carpisci che il tenore della chiamata consiste nel chiedere che cosa si faccia di bello e se è possibile vedersi in qualche luogo di ritrovo per passare la mattinata; e intanto la passeggiata con il consueto cicaleccio continua fino al punto dove i due amici si ritroveranno. Felici e contenti. E allora ci si dispone a sedersi su una seggiola di un bar che ha approntato dei tavolini dove si consumerà la colazione. Perché adesso fa tendenza questo nuovo modo di fare. Vuoi mettere fare colazione fuori con un amico/a e fare colazione a casa con il papà o la mamma o i fratelli, fratello pardon, perché ormai la famiglia è già numerosa se supera il numero di tre, che rompono? Non sia mai! Ognuno per sé. Insomma si cerca fuori quello che non si accetta e si rifiuta a casa. Vale a dire il dialogo. Ma poi siamo sicuri che ci sia dialogo? Mah! Si parla troppo e tanto della cosiddetta incomunicabilità fra le persone. Meglio fra i componenti di una famiglia, che è tale solo di nome. In casa si sta soli, chiusi in camera o cameretta che sia, e sulla porta d'ingresso magari leggi su un pezzo di carta affisso con un poco di colla, non disturbare. Più solitudine di così, non vedo. È il male assoluto che affligge questa nuova umanità che pare abbia per fine quello di passare il tanto tempo che la società tecnologica le ha assicurato, infischiandosene di badare al sodo, cioè a dire la cura della personalità. A questo ci si penserà quando ci si penserà; e intanto questa nuova gioventù, abituata a non fare niente, vedrà sfuggirle dalle mani gli anni più importanti della sua esistenza. Alla fine della fiera si dovranno trarre le conclusioni e allora ci si renderà conto del male che è stato fatto a questi giovani. Un danno irreparabile che nessun intervento rimuoverà dal corso della loro vita e si accorgeranno che sono stati sì, letteralmente derubati, del tempo, che se impiegato per come si sarebbe dovuto avrebbe dato un senso ed un significato alla loro presenza in questa società, ormai distratta da altre cose che non siano l'impegno purchessia e la preoccupazione di dotarsi dei mezzi critici che la faccia diventare grande e responsabile. Vedete, cari amici, quali danni e quale destino stiamo preparando non solo per questi nuovi giovani quanto per quelli che verranno dopo. Dei quali pare che ce ne dobbiamo preoccupare sempre meno, ritenendo per sbaglio che le cose troveranno come sistemarsi da sole. E così di rimando in rimando il tempo passa e la cancrena continuerà a sanguinare. Per colpa di chi?
FIDES
Non so perché e per come ma ci son momenti in una giornata di un pensionato in cui ritornano così improvvisamente alcune parole che per la loro significanza impegnano un mondo di valori che ritengo oggi desueti, per non dire sconosciuti. E con giusta ragione. Perché altri sembrano e sono gli interessi del mondo di oggi, facilmente intuibili. Una di queste, fra le tante che mi vengono in mente, è la parola FIDES, il cui significato mi pare essere sconosciuto per come ci si comporta o meglio per come se ne fa a meno con facilità estrema, dal momento che non è frequentata come si dovrebbe. Voglio dire che se la si conoscesse la si praticherebbe di più, anche perché è un lascito delle tradizioni italiane, che al mondo romano si sono ispirate e dal quale hanno tratto motivo per continuare ad agire secondo quei grandi valori. Tanto ben coltivati nell'antica Roma. Dicevo FIDES, ovvero fede spassionata, fiducia immensa verso gli altri. Nell'antica Roma, la divinità si dice sia stata introdotta da Numa Pompilio, al punto da dedicarle un Tempio. E, nel tempo, la cosiddetta parola data, ossia la fiducia, la si dava soltanto se meritevoli ed in grado di assumere e rispettare gli impegni che si assumevano verso terzi. E così andò per secoli. Anche se ci fu un momento di crisi durante il Primo secolo A.C. Ma non poi troppo se i cosiddetti poeti novi, con in testa Catullo, misero in crisi il mondo di Roma ed i suoi valori. Ma non tutto fu pacifico, segnarono sì un cambiamento nei costumi, ma poi, quando ci si riferiva ad una condotta personale, come poteva essere il rapporto fra un uomo ed una donna, non si esitava a richiamarsi al rispetto della parola data. La Fides appunto. E' questo che in una lirica Catullo, per esempio, rinfaccia alla sua Lesbia, che con troppa facilità si concede ad altri, gettando il poeta nello sconforto più grande, perché tradito da chi meno avrebbe dovuto farlo. Con il passare del tempo non subì modificazioni al punto che si diceva con una punta di orgoglio, allorché bisognava spendere la propria condotta nei rapporti interpersonali, la mia parola è uno strumento -cioè vale quanto un atto notarile-, insieme ad un'altra espressione quella per esempio: il bue per le corna e l'uomo per la parola. Oggi sembra tutto naufragare nel disinteresse generale. La parola data? È un lusso che non ci possiamo permettere, merce rara, se non rarissima. Tutto si basa su impegni giuridici che impegnano la persona che li sottoscrive e dai quali non si può assolutamente derogare, pena il rigore della legge. È un bene, è un male? Se da un punto di vista legale è un bene, dal punto di vista etico ci dice quanta poca fiducia alberghi nel cuore dell'uomo moderno, il quale pensa solo in termini di interesse personale. Mors tua, vita mea. Al punto da farne un faro di comportamento. Dal quale non ci si discosta nemmeno a cannonate.
"Mala tempora currunt"
Ho sinceramente paura che in questo scorcio di vita che mi rimane da vivere debba abituarmi ad assistere a cose veramente impensabili fino a qualche tempo fa e che accadano fra uomini ispirati alla solidarietà, che è stata la cifra che ci ha contraddistinti dai nostri consimili, quelli che a tutto hanno pensato tranne che a praticare l'accoglienza dell' altro, proveniente da un luogo diverso e opposto al nostro. Ormai nulla mi sorprende. Gli anni che ho sulle spalle mi hanno consentito di assuefarmi a tutto. Tutto accade e può accadere fra l'indifferenza generale o a volte imposta, che fanno questa ultima parte della mia vita difficile e onestamente insopportabile. Spesso mi sorprendo a dire o a ricordarmi che si viveva meglio quando si stava peggio, quando cioè le condizioni di vita erano precarie ed era già tanto che la sera ci si sedesse intorno alla tavola, dove la mamma premurosa aveva appena scodellato una cena modesta, anzi modestissima tanto da non poter bastare ad una famiglia tante volte per numero di commensali fuori da ogni previsione. E i figli venivano ed incrementavano la famiglia che faceva salti mortali per sopravvivere. E tutto questo senza che ci fosse qualcuno che pensasse come ovviarvi e la numerosa figliolanza si accettava come un dono di Dio. Laddove la disperazione poteva suggerire vie non sempre praticabili o suggerite, che pure esistevano. E allora dinnanzi a queste situazioni si pensava a come farvi fronte onestamente senza dare scandalo, che era una cosa vergognosa ai miei tempi. Ormai lontani e non più ripetibili. Si accettava tutto come una provvidenza e le famiglie venivano su senza lamentele o propositi di rivolte, e sì che motivi ce n'erano e tanti. Si amava accettare ogni cosa con una espressione che la diceva lunga: sia fatta la volontà del Signore. E si andava avanti fra mille stenti e mille peripezie familiari. Oggi sento dire che vivere in una famiglia di tre al massimo di quattro persone fra genitori e figli è puro eroismo. Ma fatemi il piacere: è puro eroismo ritornare la sera dopo una giornata di duro lavoro e vedere che i figli si litigano per avere un mestolo di pasta in più perché si ritorna a casa affamati letteralmente e non c'è la possibilità di soddisfare le pretese di una vita in accrescimento. Vedete, cari amici, siamo incontentabili e di fronte ad una televisione che ha ridotto le distanze fra i popoli e che ostinatamente ci mette dinnanzi alle nostre colpe ci dichiariamo insoddisfatti. Di che cosa, poi. Perché non abbiamo l'ultimo smartphone fra le mani? o l'ultimo modello di scarpe da tennis che costano un occhio della testa?E tutto questo accade, e come accade. E nessuno se ne dà pensiero, per il semplice motivo che come si è fatto fronte fino ad oggi alle imprevedibilità si continuerà, perché il papà e la mamma pur di fare contenti i figlioli faranno i salti mortali. Mentre dall'altra parte del mondo bambini di non più di tre quattro anni rovistano fra le immondizie che il mondo del consumismo destina loro perché vengano smaltite. Ecco ci sono ancora di queste differenze abissali fra noi e gli altri. E allora che volete che si provino sentimenti di pietà quando si vedono città sventrate dalle bombe e bambini scampati alle bombe o alle granate e che un popolo, una volta perseguitato, ora è diventato carnefice di un altro popolo al quale non si vuole riconoscere il diritto ad esistere. O tempora! O mores!
Ecloga Prima di Virgilio
Non so come e perché ieri sera, mentre eravamo davanti alla televisione a vedere l'Eredità, perché questo ormai ci è rimasto da fare, improvvisamente e senza un motivo mi sono venuti in mente da recitare mentalmente i primi versi della famosa Ecloga Prima di Virgilio. Quelli il cui inizio ha sempre attratto gli studenti di prima Liceo Classico. A proposito non esiste più il ginnasio, ovvero la quarta e la quinta ginnasiale. Quante ne sta combinando la modernità, pur di dare fastidio ai vecchi ordinamenti ne combina di tutte. Il primo liceo è la vecchia quarta ginnasiale. E così via...E tutte le scuole superiori sono diventate licei. La notte nera dove tutte le vacche sono nere. Dicevo della prima Bucolica quella famosa che inizia così " Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi ..." e via citando. E nel mentre ripetevo fra me e me i versi della Bucolica mi sono venuti in mente gli anni in cui, quando l'entusiasmo mi sorreggeva, ai miei alunni insegnavo l'esametro e la lettura metrica che li teneva impegnati insieme alla traduzione e che procedevano di pari passo. Tempi belli mi sono detto. Tempi in cui la frequenza del Liceo Classico dava una qualche importanza a chi lo frequentava e con qualche orgoglio, secondo me immotivato, amava definirsi studente del Liceo Classico. A distanza di molti anni devo dire che forse avevano ragione quei miei vecchi alunni, quando si inalberavano per il solo fatto di dirsi studenti del "Telesio", e nello stesso tempo venivano presi in giro da quelli che frequentavano le altre scuole. Che non potevano vantarsi di tanta gloria. Nomen omen, dicevano i Latini. E mi pare che dicessero bene. Erano fatti segno a dito e rispettati, come quelli che ne sapevano più degli altri. Confrontando le scuole di oggi con quelle di una volta mi viene una rabbia che non posso mandare giù tanto facilmente. Avevamo una scuola che le altre Nazioni ci invidiavano per tante cose, ma soprattutto perché preparava alla vita. Cioè a svolgere quelle professioni di cui la nostra società aveva bisogno. Ed ora... è meglio stendere un velo pietoso. Non c'é impegno non c'é amore per quello che si fa, meglio sarebbe dire per quello che non si fa. Non si curano per esempio l'Italiano il Latino il Greco e giù giù fino all'ultima materia e ancella, la Religione. O se s'insegnano sono diventate ancillari rispetto a questa nuova disciplina che sembra avere risolto i problemi della Nazione. Magari sul piano dell'organizzazione statale sì, ma sul piano culturale ha distrutto quel poco che una volta si acquisiva nella scuola ma che bastava a poter scrivere un piccolo sunto una domanda una lettera. Siamo arrivati al punto che i giovani non sanno più leggere non sanno riassumere quello che eventualmente leggono non capiscono quello che leggono e conseguentemente non sanno nemmeno metterlo per iscritto. Oggi siamo arrivati al punto che tutti scrivono in stampatello. Il corsivo è stato bandito, a volte indizio di disagio. Per chi lo avesse saputo cogliere. Tutto ciò che è personale viene condannato, oggi prevale il concetto dell'uguaglianza e del gregarismo. Si ammanniscono verità che non sono verità perché la gioventù di oggi non è in grado di discernere distinguere elaborare un concetto che sia tale e sia sinonimo di autonomia di giudizio. A questo siamo arrivati. E chi si ricorderà di Virgilio di Cicerone di Sofocle di Rabelais Hugo Tolstoi. Meglio non pensarci. Una volta si diceva contenti loro...Sì, ma con quali danni.
"Omnia mea mecum porto"
Cosi rispose Biante di Priene, annoverato fra i sette saggi dell'Antichità, filosofo del VI secolo A.C., a quei suoi concittadini che, occupata la loro città dai nemici e tutti indaffarati a portare via con sé chi una cosa chi un'altra, mentre la città veniva messa a ferro e a fuoco dai nemici invasori si preoccupavano di mettere in salvo più cose di quante ne potessero portare via. Cioè: porto con me tutte le mie cose. Che non erano i beni materiali dei quali si facevano carico i suoi concittadini con il pericolo di venire intercettati ed uccisi perché impediti dalle suppellettili che si portavano dietro. Portava via con sé tutta la sua ricchezza spirituale che non poteva essere derubata in nessun modo e che costituiva quel patrimonio immateriale che rendeva grande quel 'uomo, che a questo aveva rivolto il suo pensiero e non già ai beni materiali che proprio perché tali erano soggetti ai cambiamenti e ai mutamenti della fortuna. Che oggi c'è e domani non si sa. Sicché diamoci da fare ad arricchirci di tutte quelle cose immateriali che sono a disposizione di tutti senza distinzione alcuna. Dal ricco al povero. Sol che lo si voglia. Quanti di noi, ed io per primo, siamo disposti a vivere nella semplicità e nella morigeratezza che non richiedono null'altro che la nostra disponibilità a vivere come si conviene alle persone di non grandi pretese? Che se ci pensiamo bene è la vita del saggio?Il progresso questo mostro, nel senso di prodigio, del quale siamo prigionieri ci ha resi insensibili alle cose belle, come assistere ad un tramonto del sole o ad un'alba di un nuovo giorno con tutto quello che si portano dietro in termini di riflessioni e meditazione sul perché della nostra vita su questa terra e sul destino dei popoli, che si sono succeduti e che si succederanno, se l'uomo non provvederà, perché spinto dalla sua ambizione a possedere tutto il desiderabile e tutte quelle cose che non sono necessarie alla vita, a mettere un freno all'avidità che lo pervade e possiede. Perché si può vivere, possedendo il giusto senza doverci impegnare in faticosi itinerari che, lungi dal renderci felici, ingenerano ad infinitum altre aspettative che vogliono essere soddisfatte, rendendo così la vita di ciascuno, e quella di tutti, accidentata e mai appagata. In una parola un inferno per chi non vuole accettarla.

Possedere e non essere posseduto.
Questo è il problema, per dirla con il bardo Inglese. Possedere ed avere significa soltanto che mettiamo in esercizio la nostra volontà, che non è alla mercé di chiunque voglia impossessarsene, perché, quante volte abbiamo sentito dire, se non si vuole nemmeno accade quello che gli altri desiderano. Infatti quando diciamo ho questo e non quest'altro vuol dire soltanto che abbiamo messo in moto la nostra volontà che, proprio perché è un atto che ci impegna, fa sì che ponderiamo i pro ed i contro di ogni nostra azione. Che se ci facciamo caso è sempre frutto di intelligenza e perizia. Giammai si sceglie la cattiva azione da parte di chi è stato abituato a riflettere sulle conseguenze che un nostro atto può aver su chi ci sta vicino o nei pressi. Perché ce ne facciamo carico, volenti o nolenti. E quindi esercitiamo questa facoltà che ci distingue dagli altri. E la indirizziamo a ben fare. Che è da intendersi a renderci disponibili alle belle cose. Una vita spesa in questo senso è ben spesa e ci dà la dimensione dell'affetto che gli altri hanno nei nostri confronti. Giammai si dirà da parte di chi ci sta vicino, se non abbiamo speso bene questa nostra esistenza, nel senso che ci siamo prodigati anche per gli altri, ma in fondo con tutti i difetti che aveva era una brava persona. Una buona parola non manca mai sulle labbra di chi ci è stato vicino o nei pressi e questo, secondo me ci deve riempire di gioia perché abbiamo, senza volerlo, realizzato quello che la società dei "buoni" voleva e cercava di rendere reale. Ecco, ritengo che spendersi per il bene di chi ci sta o ci è stato vicino sia un nobile fine ed esempio da additare anche agli altri, per realizzare il sogno di ogni persona "buona": Vivere in armonia con gli altri. E questo desiderio comporta spendersi e spendersi bene per sé e per gli altri, che se ci pensiamo un momento non è poi una così grande azione o impresa. Infatti le cose buone una volta che le pratichiamo non richiedono grandi sacrifici, anche perché aspiriamo ad una società dove l'egoismo è bandito e non fa parte delle aspirazioni di chi vuole fare e operare bene. Perché in ogni sua azione ama vedere il buono che può nascere e che fa felice la persona con la quale siamo in rapporti di amicizia. Ecco dal bene non può nascere che il bene. Come è lapalissiano che dal male a cascata si origina il male. E allora ripicche rivalse recriminazioni che acuiscono gli odi e mai le buone azioni. Dicevo all'inizio di queste poche riflessioni che è molto importante essere sempre "compos sui", cioè a dire padroni di se stessi, in modo tale che realizziamo quello per il quale siamo venuti al mondo, rendere il bene per il male. Ne saremo capaci? Da quello che circola non ne sono pienamente convinto. Forse è più facile, ne sono certo, dirle le cose che farle e praticarle. Forse perché siamo sospesi su questo grande barato che sta sotto di noi sempre pronto a farci prigionieri ed ad ingoiarci, se non siamo in grado di distinguere il bene dal male. Che è cosa difficilissima, se non si è allenati.
Contro la forza la ragion non vale.
C'è sempre qualcosa da ricordare da parte di uno che ha fatto 82 anni ieri e sembrano che siano passati troppo in fretta, lasciando, come si dice, l'amaro in bocca. Per tante cose che potevano essere e che non sono state. Per esempio si poteva nascere in una grande città e non in un paese calabrese di poche migliaia di abitanti. Paese dove si conoscevano tutti uno per uno, dove la gioia di uno era la gioia di tutti e così il dolore. Anche se a quei tempi siamo nel lontano 1943 era soltanto un desiderio che non poteva trovare riscontro nel realtà, perché tutt'intorno infuriava la guerra con tutte le disgrazie ad essa connesse. Non c'è cosa peggiore di quella, che già in essere, minaccia che da un momento all'altro sia tu a doverla sperimentare. E sì, perché quando fu il momento anche noi dovemmo sopportare i rombi dei bombardieri alleati che scaricavano su Cosenza tonnellate di bombe che fecero morti su morti e distrussero alcuni quartieri della città vecchia. Questo mi accadde di constatare e di sperimentare quando cominciai a frequentare il Liceo Ginnasio. Per raggiungerlo bisognava passare attraverso quartieri che ancora portavano i segni della guerra appena finita. Palazzi distrutti ed ammassi di macerie non ancora portate via. La guerra comunque la si vuole camuffare lascia i suoi segni e nell'animo e nelle cose. Ogni notizia di morte ricordo, perché durante la guerra si muore e come si muore, era una coltellata al cuore dei miei compaesani. Ognuno partecipava del dolore della famiglia come se quella morte toccava la propria. Non si facevano differenze. Il lutto che aveva colpito la famiglia era il lutto di tutti che si stringevano intorno per rendere il dolore meno lancinante e più sopportabile, come se la morte o la perdita di un caro fosse cosa facilmente sostituibile. Eppure convinti di questo non mancavano di essere vicini e stringere in un un abbraccio la famiglia colpita. Quanto diversa la società di oggi. Sembra che siano passati secoli di storia che hanno fatto sì che il dolore della guerra fosse metabolizzato e avesse lasciato soltanto una scalfittura nel tessuto sociale tanta è la rapidità con la quale il modernismo digerisce tutto. Non c'è ora del giorno che i mezzi di comunicazione non ci mettano al corrente di rovine prodotte in tante contrade di questo globo dove la guerra infuria con le sue rovine, ma soprattutto con le morti che si porta dietro e alle quali sembra non esserci riparo. Anzi, più se ne fanno più si dimostra la capacità distruttrice dell'uomo. Che sembra non aver superato la condizione di ferocia, caratterizzante la specie umana. Quello che più colpisce in questa situazione di precarietà è la disinvoltura con la quale si mostrano i muscoli, quasi a sfidarsi e a sfidare la pazienza degli Stati più disponibili a soluzioni di pace. Sembra che in questo caos originato dalle guerre, che si combattono in diversi luoghi della terra, l'uomo vi sguazzi come se si trovasse nell'habitat a lui più favorevole. Basta invece spingere un bottone e l'Umanità in un solo attimo piomberà nella distruzione più totale. In questo caos non c'è persona con un poco di saggezza che si impegni veramente in un'azione di pace volta a rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono al suo ristabilimento. Anche le autorità spirituali sembrano tacere, quasi sfiduciate a convincere i più scatenati. Sembra che l'Umanità preferisca le tenebre alla luce. Che cosa ci sia da guadagnare dal disordine, non so. Tutti ne sono consapevoli, eppure pare che tutti siano stati morsi dalla tarantola. Ritorna in mente quella saggia affermazione che vuole e ribadisce che contro la forza la ragion non vale. Ne sono tutti consapevoli, ma tutti perseguono il male. Non c'è nulla da fare.
Natali dei miei tempi
Quando arriva dicembre sono preso dalla nostalgia dei Natali dei miei tempi. Un Natale appena accennato da un piccolo presepe in un angolo di una stanza che ospita tante persone di una famiglia, e una famiglia che viene da tanto lontano nel tempo, non può mancare nemmeno, forse soprattutto, nelle case dei poveri. Che anno dopo anno sono riusciti ad avere anche loro il presepe, per quanto piccolo. Non si vuole mancare alla rivelazione di questo prodigioso e particolare evento della Cristianità, ovvero la celebrazione della nascita di Gesù Bambino. E se gli addobbi sono modesti, e ben piccola cosa di fronte a quelli delle famiglie più altolocate, non fa niente. Non si è detto forse che il Bambino Gesù preferisce la modesta casa del piccolo artigiano, del solerte contadino, del pescatore sempre in allerta a scrutare il mare, fonte della sua esistenza, piuttosto che le stanze dorate della nobiltà o borghesia? Ecco io sono legato a quei natali frugali e semplici, a quei natali che bastavano i rami dell'agrifoglio appuntati con un chiodo, alla bell'e meglio, sugli stipiti della modestissima casa a testimoniare l'evento riparatore del peccato originale. Quando altro non si possedeva per ricordare l'evento, per eccellenza. Ecco io preferisco il Natale dei miei tempi, il Natale di Guido Gozzano che in una bellissima poesia, composta per i bambini, rievoca la notte della venuta al mondo di Gesù. E che notte!! Quanta confusione!! Quanta folla per le vie!!Non c'è un posto a pagarlo a peso d'oro: gli alberghi sono stipati. Giuseppe e Maria sfiniti finiscono per rifugiarsi in una stalla che ospita, sentite sentite, un bue ed un asinello. Che gli faranno compagnia e con il loro fiato li riscalderanno. E mentre la città è in festa e ci sono tutt'intorno manifestazioni di gioia, in questo sperduto angolo della periferia di Gerusalemme avviene il miracolo che l'Umanità ha atteso da tanto tempo, ovvero la nascita del Santo Bambino. E Guido Gozzano finalmente, dopo aver seguito le peregrinazioni della coppia per una sistemazione qualsiasi, a mezzanotte in punto può anch'egli gridare:
"È nato.
Alleluja! Alleluja! /
È nato il Sovrano bambino/
la notte che già fu sì buia,/
risplende d'un astro divino/.
Orsù, cornamuse, più gaje/
suonate, squillate, campane!/
Venite, pastori e massaie,/
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,/
ma, come i libri hanno detto/
da quattro mill' anni i Profeti,/
un poco di paglia ha per letto./
Per quattro mill'anni s'attese/
quest'ora su tutte le ore./
È nato! È nato il Signore/
È nato nel nostro paese!/
Risplende d'un astro divino/
la notte che già fu si buia./
È nato il Sovrano Bambino./
È nato!/ Alleuja! Alleluja/.
Erano altri tempi! Lo so: Erano i tempi della solidarietà, del poco, a volte anche del niente. Ma c'era tanta umanità in giro e soprattutto tanta tanta dignità. Oggi, se non fosse che l'evento della nascita del Redentore è già avvenuta più di duemila anni fa, Gesù sicuramente vorrebbe nascere in un paese sperduto dell'Africa nera.
"Non volge chi a stelle è fisso"
Chissà quante volte ho detto, preso ad ammirare costruzioni meravigliose che per imponenza e bellezza destavano e destano ancora meraviglia e stupore, ma quanto è grande e geniale questo piccolo essere che calpesta questo suolo, dove esitanti abbiamo messo uno dopo l'altro i primi passi e, acquistata sicurezza nei nostri mezzi, abbiamo cominciato a camminare svelti e a correre. E da quella condizione di insicurezza e minorità abbiamo concepito quello che era soltanto un sogno un'aspirazione: la costruzione di imponenti edifici belli e magnifici fino alla costruzione di ponti che unissero due sponde impossibili a congiungere per arditezza di concezione. Non starò qui ad enumerare le bellezze che l'uomo ha pensato e poi costruito. Mi stancherei ad enumerarle tanto è infinito questo elenco. Chi non ha sentito parlare della Torre di Babele, dei Giardini pensili di Babilonia, della presa di Troia, del Partenone per soffermarmi sui primi che mi sono venuti in mente? E potrei continuare ad libitum senza venirne a capo, perché ci sarebbe sempre qualche cosa che hai dimenticato. E allora desisto. Già, dimenticavo il Colosseo la Basilica di San Pietro e la Grande Muraglia Cinese e e... Non finirei. Quello che voglio sottolineare questa mattina è questo sforzo immane che l'Umanità ha compiuto per consegnarsi alle generazioni future e lasciare un segno della sua presenza su questo piccolo pianeta che a confronto di altri più grandi e più lontani è ben piccola cosa. Ma non poi tanto piccola se da questo sito sperduto nell'immensità dell'Universo l' uomo è partito per conquistarlo e dare a tutti l'impressione che con la fantasia unita alla scienza é capace di fare cose inimmaginabili. Che al solo pensarle ci mettono addosso una tale ammirazione e una tale tristezza ad un tempo, quando siamo portati a meditare a quanto è poca cosa la durata di un Uomo su queste desolate plaghe del nostro pianeta, che cerchiamo di abbellire, in confronto a quanto si deve ancora vivere senza correre seri rischi, che non siano provocati dall'Uomo. Diceva un aforisma, di leonardesca memoria, ancora attuale: "Non volge chi a stelle è fisso". Cioè a dire che chi propone una meta fa di tutto per raggiungerla e non saranno le difficoltà contingenti, che possono nascere lungo il percorso, a renderla irraggiungibile. Penso alle Piramidi alla grande Muraglia visibile dalla Luna e ancora alla Basilica di S. Pietro e al Partenone e a chi più ne ha più ne metta e si rimane sgomenti al solo pensarle. E già... Chi avrebbe mai pensato che sarebbero durate fino ai nostri giorni, e dureranno fino alla consunzione dei secoli? Quanti ci avrebbero scommesso? Eppure sono lì a testimoniare la grandezza dell'Uomo che è ricorso a tutti i mezzi per tramandarsi alle generazioni future e lasciarle stupite, quando sono portate a pensare e riflettere quanto effimera e caduca è la vita umana. Non finirò mai di esaltare l'Uomo laborioso, quello umile, che si è speso in tutti questi millenni per rendere il luogo che abita più vivibile e più bello con la costruzione dei suoi magnifici monumenti che testimoniassero la sua presenza fattiva e operosa. Come è stato finora. E allora stia lontano dall'Umanità questo spettro, che è la guerra, che ogni tanto, invidioso della tanta bellezza che l'Uomo, ripeto, ha disseminato sul globo, fa capolino, come fra le pieghe di un sipario, a mettere paura.
A quei tempi le cose andavano così
A questo proposito ricordo che da parte delle persone più anziane ci veniva proposto un enigma a mo' di filastrocca, che era una specie di rompicapo per noi ragazzi, che suonava così : "di Santa Lucia a Natali tridici jurni c'hadi, ppi chini 'i sa cuntari dudici cci n'hadi". E, siccome non riuscivamo a risolverlo, chiedevamo alle persone vicine e più grandi di risolvercelo. Ma nonostante la buona volontà degli intervistati, rimanevamo come incantati dalla magia dell'indovinello. La soluzione venne più tardi, quando cominciammo a frequentare l'ultima classe delle elementari. Che volete a quei tempi le cose andavano così. Non era una colpa se l'alfabetizzazione dei paesi del Mezzogiorno resisteva, nonostante le sporadiche iniziative culturali. E le cose andarono in questo modo per diverso tempo. L'intervallo di tempo che intercorreva fra questa festività e la Vigilia veniva impiegato in vario modo, soprattutto nella preparazione delle fritture: pittuliddre ( a Cosenza culluriellli ), vecchiareddre scaliddre turdilli 'mpignulate e altro che non ricordo. Questo periodo era destinato alle riunioni delle famiglie durante le quali si organizzavano le fritture e, ripeto, non tutte potevano permettersi tali specialità, che si facevano una sola volta nell'anno e per questo erano molto attese, e allora non era strano che la sera per i vicoli del paese si vedevano bambini con un piatto fra le mani che si recavano dai parenti o dalle famiglie meno fornite portando queste fritture. Ma non solo le fritture si preparavano, anche ci si preoccupava di fare le provviste del pane che doveva durare per tutte le festività e fra queste era tradizione fare 'u Natalisi", un pane variamente decorato in superficie e 'a Cruci", che poi alla Vigilia avrebbero troneggiato sulla tavola delle famiglie. Questo periodo lo passavamo in mezzo agli odori del vino nuovo che si spillava con molta attenzione dalle botti e quello profumatissimo dell'olio nuovo. Al riguardo devo dire e ricordare che io insieme ai miei inseparabili compagni di rione e di scuola ce la passavamo fra i vari frantoi del paese a vedere come si otteneva questa bontà di Dio e spesso ci capitava di vedere gli addetti ai lavori (i trappitari), che su grandi padelle di ferro in mezzo a tantissimo olio friggevano a pezzi piuttosto grandi il baccalà che emanava un profumo mai più sentito. Aggiungo che a quei tempi il baccalà era un alimento dei poveri che si poteva comprare per poche lire. Oggi è arrivato a costare più di venti euri al kg, quasi quarantamila lire delle vecchie monete. E così fra le occupazioni del presepio e il vagabondare per le vie del paese, facendo esplodere i famosi tric-trac, quando le giornate erano buone e serene, passava il tempo. E con il tempo, ora brutto ora bello, ci avvicinavamo alla Santa vigilia, giorno in cui ci si dava da fare a preparare per la tavola quello che richiedeva la tradizione. Si partiva con i vermicelli con il sugo di baccalà o con il sugo delle cozze e piano piano con la consumazione del baccalà in umido e fritto, dei broccoli a "ra tajieddra e alla "sauza" di zucca si arrivava alla frutta e ai finocchi alle pastinache alle noci e alle dolcezze dei fichi dei turdilli. Del panettone avevamo soltanto sentito parlare e così del pandoro. In fondo non mancava quasi nulla ma era già tanto se si poteva organizzare tutto questo ben di Dio. Fra la frutta, or ora menzionata, facevano spicco le mele e le pere invernali che si lasciavano maturare nelle soffitte in mezzo alla paglia o messe nelle sacche di rete le si appendeva sui muri delle finestre, esposte al famoso "sirenu". Devo soltanto aggiungere che prima di sederci a tavola, dove non mancavano mai i nonni, si procedeva al famoso ed immancabile bacio della mano alle nostre persone anziane, i genitori per finire ai nonni. Era un segno che voleva significare riconoscenza, autorevolezza e obbedienza alle persone più grandi e soprattutto il rispetto, qualunque fosse la condizione sociale della persona.
Mentre nelle case dei ricchi come in quelle dei poveri si andava consumando la cena della Vigilia per le vie del paese si sentiva soltanto qualche latrato di cani che si litigavano qualche avanzo che la padrona aveva lasciato davanti alla porta di casa. Tutto era avvolto nel silenzio. Ogni tanto si sentiva qualche botto che il ritardatario faceva esplodere come per dire che anche lui si apprestava a raggiungere la casa dove era aspettato. Consumata la cena e lasciato qualche filo di pasta nel piatto, perché lo assaggiasse il Bambinello Gesù, privilegio per il quale ci si bisticciava fra fratelli e sorelle su chi dovesse disporre di questa facoltà. Finito il pranzo per modo di dire perché i più piccoli avevano sempre motivo di allungare la mano su qualche dolce o torrone, quando c'era, si preparava il gioco della tombola che si protraeva fin verso la mezzanotte. Nel frattempo i nonni indugiavano con i nipotini più piccoli a raccontare favole o fatti antichi che avevano interessato la comunità nei tempi andati. Nel mentre che ci si intratteneva con le chiacchiere a far passare le ore, i primi rintocchi nitidi delle campane della Chiesa dell'Immacolata annunciavano la celebrazione della messa della mezzanotte. E ognuno si preparava per andare. Si usciva a frotte dalle case e il silenzio della notte Santa si riempiva di voci, di grida, di scambi di auguri. Qualcuno, sottratto un tizzone dal caminetto, segnalava la via fra i vicoli pochissimo illuminati del paese. Nella chiesa, che andava riempiendosi, regnava il massimo del disordine: i bambini che avevano seguito le mamme si rincorrevano fra le navate, evitando con perizia i possibili ostacoli. Intanto il sagrestano, che aveva provveduto ad apparecchiare tutto il necessario per la messa, aveva dato uno strappo alla cordicella della campana il che voleva dire che iniziava la messa e la comparsa del sacerdote che in abiti di cerimonia apposita si accingeva a dire la messa. La partecipazione alla funzione era commovente e tutti, dico tutti, assolvevano al compito che la liturgia assegnava loro. Allo scoccare della mezzanotte il sacerdote, preso il cestino che conteneva il Bambinello, si avviava a raggiungere il presepe che aspettava di essere completato con la deposizione nella mangiatoia di Gesù Bambino. Era un tripudio generale e un abbracciarsi e un darsi gli auguri perché la nascita del Bambinello segnava anche la rinascita della speranza. Dopo di ché tutti si avviavano a ritornare nelle proprie case e ad andare a letto in attesa della giornata del venticinque.
Vorrei concludere questo breve viaggio nei miei ricordi del Santo Natale con la citazione di alcune strofe della poesia: il Natale, di Vincenzo Padula, sacerdote di Acri in provincia di Cosenza. Vissuto nell'"800. Parole che nella semplicità più schietta, quale si addice ad una festa come questa, che ci apprestiamo a celebrare, danno il senso della devozione e dell'importanza che si annette alla Santa ricorrenza. La lettura della poesia é qualcosa, a mio modestissimo parere, che instilla nel cuore soltanto buoni sentimenti nel momento in cui viene evocata la notte del Natale. A fronte di un'epoca che ha soltanto interesse per la materialità e le emozioni quelle vere, che vengono dal cuore, non vengono apprezzate. Anzi, se mi posso permettere, derise. Da chi, poi...? Composizione ispirata, in dialetto, nella quale si esprimono con immediatezza i buoni sentimenti e le belle parole che vengono dal cuore. A celebrare la festività più bella del calendario tutto. La poesia nella parte centrale, quella che più mi piace leggere e della quale ho ricordi che ancora oggi mi toccano è in strofe saffica. Riprende una ninna-nanna popolare e la inserisce con arte sopraffina nella poesia che è come dicevo, un inno bellissimo che vi invito a leggere. Metro, la famosa saffica, nel quale si espressero i più grandi poeti italiani a cominciare dal Manzoni per finire a Carducci ed altri che non nomino, ma che pure sono degni di attenzione. Scritta in dialetto, è un esempio di quanto possa il vernacolo esprimere sentimenti ed emozioni che stanno alla pari con la poesia in lingua. Sfidandola anche sul piano della metrica, come dicevo. Inizia, evocando età lontanissime:
'E na vota, mò v'a cuntu,/
'e dicembri era 'na sira:/
'u livanti s'era juntu/
cu 'u punenti e tira tira/
si scippavanu i capilli/
e 'nfugavanu li stilli./....
"In mezzo a questa bufera ci sono due persone, un uomo e una donna, in cerca di un rifugio dove ripararsi e passare la notte. È notte tempestosa e pare che le cose non si aggiustano, quand'ecco una misera stalla, dove ci sono un bue e un asinello, offre loro un riparo. L'occasione è ghiotta e così Maria e Giuseppe si affrettano a prendervi posto. Nel frattempo che Maria si sdrai e prenda sonno avviene il miracolo che tutti aspettano. Un bambinello esce dal ventre di Maria senza che lei senta dolori, si mette a cavalcioni sulle gambe di Maria e rapito dalla sua bellezza la osserva senza mai distogliere i suoi dagli occhi della mamma. A questo punto la mamma (Maria) decide che è ora di addormentarlo e allora intona con voce dolce e suadente la canzone, che tanto mi rendeva triste quando, appena più che di sei anni, sentivo mia mamma, Clelia, cantare la ninna-nanna a mia sorella di due anni, Delia. Era una ninna-nanna che le mamme del mio paese cantavano ai loro figlioli per addormentarli e di una bellezza struggente che invogliava veramente al sonno. La ninna-nanna era questa:"
Duormi, bellizza mia, duormi e riposa/
chiudi,'a vuccuzza chi pari 'na rosa!/
duormi scuitatu, ca Ti guardu iu,/
Zuccaru miu/
duomi e chiudi l'occhiuzzu tunnu tunnu/
ca quannnu duormi Tu, dormi lu munnu;/
ca lu munnu è di Tia lu serbituri,/ Tu si ' u Signuri!/
e continua: " 'U suonnu è jiutu a coglieri jurilli/
pi' fari 'na curuna a 'ssi capilli;/
e ssa vuccuza 'e milu cannameli/
T'unta cu' meli..
"..continua e con l'ultima strofe che è quanto di più bello possa dire una ninna-nanna, esorta il Bambinello dicendo: "
Supra li vrazza mia, supr'i jiunuocchi/
zumpa, aza 'a capu ed apirelli l'uocchi!/
Quantu si biellu! Chi jurillu spasu!/
Dammi 'nu vasu!./
Cusì cantava'a Vergini Maria/
e nazzicava chillu quatrariellu./
'U cielu vasciu vasciu si facia,/
asuliannu chillu cantu biellu:/
abballava la terra e si movia,/
mustrannu tuttu virdi lu mantiellu,/
e lu vientu si stava accaputtatu/
gridannu dintr'u 'u vuoscu: E' natu! E natu!...E ognunu si restava 'ncitrulatu/
e culla manu l'uocchi si spacchiva,/
Ma n''Angiulu. passannu, dissi: E natu/
è natu chillu Diu, chi s'aspittava!/ Allura chi bidisti? 'mpaparatu/
ognunu ppe la via s'azzummulava:/
chi canta, chi balla e chi, senza penzieru,/
facia culla sampugna: lleru lleru!.
Per le vie tutti s'affrettano a portare al Bambinello le loro offerte: quello che si trovava in casa: chi portava una sciuncata, chi una fiscella, chi un caprettino, chi una piccola forma di formaggio. Tutti per la via cantando e osannando perché era nato il Figlio di Dio. Al poeta, che insieme agli altri accorreva alla capanna, non rimaneva altro che comporre questa poesia e farne dono al Bambinello. Mai come in questo caso: carmina non dant panem. Non so se sono riuscito, proponendo alla vostra attenzione questa bella composizione del poeta Padula, a dare e significare il senso di questa festività che ai miei tempi, forse perché eravamo poveri ma dignitosi, rappresentava la speranza e l'auspicio ed il voto per un'epoca più nuova ma soprattutto più ricca. Dopo le miserie di una guerra che ci aveva privato di ogni cosa, ma in special modo della speranza in un avvenire migliore. Con l'occasione auguro a tutti quelli che si imbatteranno in questo post un Natale sereno e ricco di ogni bene, ma ad un tempo un Buon Anno, abbondante di tutto quello che ognuno si augura.